La
mostra su Praga e dintorni. Arti e mestieri del '900 europeo
conta più di 160 opere di grande importanza e costituisce una
novità nell'ambito delle esposizioni d'arte contemporanea: per
l'origine - privata - delle raccolte alle quali hanno attinto i suoi
promotori e per il dichiarato intento di far conoscere a un più
vasto pubblico occidentale l'opera di alcuni artisti attivi in territorio
Ceco e Slovacco dagli ultimi anni del dominio asburgico, caduto nel
1918 (quando fu proclamata la Repubblica Cecoslovacca), al secondo dopoguerra
e alla controversa stagione del realismo socialista - cui l'avvio del
processo di destalinizzazione, verso il 1960, pone un termine non valicabile.
Com'è detto nel titolo, la scelta di dipinti e sculture, manifesti
e disegni che qui si presenta mette dunque in rilievo la vocazione nazionale
e insieme cosmopolita - già organica alla letteratura Ceca del
secondo Ottocento - d'un gruppo cospicuo di artisti, molti dei quali
si sono educati o stabiliti poi lungamente in altre parti d'Europa,
traendone orientamenti decisivi in un tempo segnato da due guerre mondiali
e dall'azione di Hitler e Stalin.
Secondo l'uso, questa premessa dovrebbe includere un discorso più
o meno lungo sulle opere, se non sugli autori. Chi scrive se ne astiene
volutamente: non mancano in proposito libri e studi recenti (ma il lettore
italiano potrà utilmente rifarsi ai cataloghi delle Biennali
veneziane degli anni Venti e Trenta); e cenni concisi si trovano, oltre
che nei repertori specialistici, nelle agili schede in calce al volume.
Sembra piuttosto opportuno, per un veloce orientamento del visitatore,
richiamare alcune linee più generali, avvertendo che alla rappresentazione
di "arti e mestieri" soggiace l'ambigua categoria di "realismo",
largamente abusata nella storia e nella critica d'arte contemporanea.
Di là dal canone di verisimiglianza o adeguata restituzione visiva
"delle cose reali ed esistenti" attraverso un linguaggio formato
da "tutti gli oggetti visibili" (secondo la nota teoria di
Courbet), sarebbe tuttavia interessante conoscere il significato assunto
dall'operazione presso artisti e spettatori nei più diversi contesti;
e distinguere, all'interno di
quella che fu la vera "lingua franca" del Novecento, gli aspetti
peculiari di ciascuno degli elementi costitutivi. È merito non
minore di questa rassegna aver fermato lo sguardo su una provincia del
"realismo" il cui sistema delle arti ha sperimentato una vasta
gamma di declinazioni: dal naturalismo documentarista al classicismo
accademico al sovversivismo estetico-politico al formalismo celebrativo
e idealizzante.
Se alla fine del secolo XIX la pittura Ceca si era volta ai grandi modelli
europei, soprattutto a Parigi e al colorismo e al naturalismo francese,
intorno al 1910 essa affermò una vivace tendenza a superare l'impressionismo:
prima col surrealismo e l'espressionismo, poi col cubismo (e valga per
tutti il "romantico" Emil Filla, Conoscitore di Picasso e
di Braque). Su tali premesse s'innesta l'attività dei maggiori
artisti presenti in catalogo: Alois Bílek, Karol Molnár,
Josef Stolovsky, Jaroslav Svoboda, Vlastimil Kosvanec, Jaromír
Schor, Josef Smesny detto Barnet. I loro nomi - che assicurano l'interesse
e il prestigio della raccolta - evocano sùbito il favorevole
clima politico della Repubblica Cecoslovacca tra le due guerre: in quest'isola
di democrazia nell'Europa dei totalitarismi, le espressioni dell'arte
e la ricerca del bello hanno raggiunto una libertà e un'intensità
raramente eguagliata nelle altre culture europee del Novecento.
L'inscindibile nesso tra formazione intellettuale e impegno politico
si manifesta allora nei caratteri e negli sviluppi di una produzione
in cui gli artisti seppero collegare i problemi sui quali meditavano
assiduamente con la realtà che li circondava, con la propria
esperienza di membri d'una comunità civile avviata alla modernità
e insieme depositaria di uno storico retaggio: dal lavoro nei campi
e sulle strade al rapporto con le macchine, prime fra tutte quelle a
vapore; dalle attività estrattive e siderurgiche alle fabbriche
e all'impatto dell'industrializzazione sul paesaggio urbano e rurale.
L'occupazione tedesca (1939) e poi sovietica (1944) sancì la
fine della prima Repubblica e, col lungo silenzio della democrazia Cecoslovacca,
la programmatica imposizione d'un realismo di segno opposto, unilateralmente
politico: alcuni artisti proseguirono, lungo la via segnata dall'avanguardia
fra le due guerre, nel difficile compito di tener vivo il lume della
ragione (scriveva uno dei grandi critici dell'epoca, Václav Ceroy:
"Vorrei inchinarmi, inginocchiarmi con reverenza davanti a uno
che volesse raccontarmi, prima dell'ultimo giorno della mia vita, che
volesse spiegarmi cosa mai è questo socialismo reale");
altri, i più, aderirono immediatamente al nuovo realismo di Stato,
specializzandosi nella comunicazione di massa e in una produzione ideologica
e pedagogica - fatalmente seriale e ripetitiva - intesa a giustificare
la presenza sovietica come elemento di liberazione dal nazismo e di
tutela della classe operaia da forze reazionarie ed ostili o dall'ingerenza
delle potenze occidentali. Ma neppure la "costruzione del socialismo"
impedì che inerzie formali e sperimentazioni tecniche di buon
livello si traducessero in immagini vive e commoventi: vanno qui ricordati,
tra quanti appaiono in mostra, i nomi di Jaromír Schor, Frantisek
Bílek, Eduard Svetlík, Karel Skála, Jan Cumpelík;
opere loro figuravano all'esposizione sul tema Cekoslovensky socialisticky
realismus 1948-1958 [Realismo socialista Cecoslovacco 1948-1958]
allestita nel 2002 presso il Rudolfinum di Praga.
Di questi e altri aspetti dà ora saggio una rassegna sommamente
evocativa, ma anche unica per estensione e per genere, non meno che
per la qualità delle opere visibili, pazientemente sottratte
al mercato dall'acume di collezionisti che vantano lunga consuetudine
col "magico" ambiente di Praga. E a loro deve gratitudine
il visitatore, per l'invito a riflettere sul contributo che la cultura
Cecoslovacca ha dato - attraverso Praga e la Boemia - alla vita artistica
del "secolo breve".
Se al dettato dell'intelligenza o al valore della testimonianza non
sempre risponde la forma della comunicazione o la novità dell'invenzione,
nelle opere esposte sono comunque evidenti la raffinata perizia tecnica
e il severo tirocinio accademico, che appartengono alla migliore tradizione
europea e hanno la forza suggestiva di un'autentica rivelazione. Fra
persistenze e anticipazioni, umori asburgici e aspirazioni socialiste,
eredità borghese e slanci proletari, il numero e la varietà
dei pezzi in mostra, ordinati per temi e sequenze di grande efficacia,
consente qui di sottrarre al cerchio ristretto degli specialisti un
importante capitolo della cultura figurativa europea; e d'integrare
visivamente, in termini d'insolita ampiezza, la tradizionale immagine
di Praga, "citta d'oro" che ha posto un'orma indelebile sulla
civiltà letteraria del Novecento.
GIANFRANCO
FIACCADORI
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